Dopo un mese di pausa, torna la rubrica “Parola, all’esperto”. Oggi la prof. Maria Pia Mariani, docente di italiano al liceo, ci racconterà gli ostacoli e le potenzialità della comunicazione fra e con gli alunni della scuola di secondo grado, oramai giovani adulti.

1) Cosa ti ha spinta a intraprendere il percorso di insegnante della scuola secondaria di secondo grado (ex scuole superiori)?
Quando ho iniziato il mio percorso di insegnamento, dopo la laurea, ho fatto alcune supplenze sia alla scuola secondaria di primo grado che a quella di secondo grado e poi, avendo avuto più chiamate alla scuola di secondo grado, mi sono trovata quasi “naturalmente” a proseguire questo percorso.
Retrospettivamente, credo che sia stata una scelta più consona alle mie caratteristiche e, forse, meno difficile. Sono infatti convinta che insegnare alle scuole secondarie di primo grado sia molto complesso ed esiga una formazione pedagogica molto solida perché l’utenza di questo ordine di scuola è molto variegata e l’età dei ragazzi propone scelte educative che non è facile affrontare.
2) Qual è, a tuo parere, la “missione” dell’insegnante?
Mi permetto di dissentire dal termine “missione”, che rischia di essere frainteso.
Insegnare è una professione che richiede preparazione culturale solida, una preparazione psicopedagogica che l’università non conferisce e poi, sicuramente (direi in primo luogo) una dose di empatia per entrare in contatto col “materiale umano” che intercettiamo e che è qualcosa di prezioso ed estremamente fragile.
Si tratta di trasmettere saperi, motivare, riuscire ad intercettare piccoli spiragli attraverso i quali instaurare una possibile comunicazione, entrare in punta di piedi in situazioni spesso complesse e dolorose, non sconfinare rispetto al ruolo…
3) Veniamo all’importanza delle parole. Nel contesto del liceo, la padronanza del linguaggio smette di essere solo una competenza scolastica per diventare uno strumento di libertà e cittadinanza. In che modo il passaggio a un lessico più tecnico e rigoroso aiuta lo studente a strutturare il proprio pensiero critico e a definire la propria identità adulta?
Le parole, il lessico! Insegnando italiano, ho sempre puntato alla ricerca di un lessico appropriato e adeguato ai contesti comunicativi.
Le parole “costruiscono mondi” ed è importantissimo riflettere e fare passare questa idea, soprattutto in un mondo dove spesso sono usate a sproposito, in modo inadeguato e scorretto.
Non si tratta di promuovere un eloquio elegante, ma davvero di dare alle parole il loro vero senso.
4) Durante la tua carriera, hai riscontrato nei ragazzi difficoltà comunicative? Quali sono, se ci sono, le più importanti?
Come ho detto precedentemente, le difficoltà di comunicare sono un nodo davvero difficile da affrontare.
Talvolta ci sono difficoltà legate a scarsa fiducia da parte dello studente o della famiglia nei confronti della scuola quando, ad esempio, si sottolineano delle fragilità nel percorso scolastico.
Ma quello che ancora oggi mi pesa sul cuore riguarda l’incontro con una ragazza fortemente oppositiva e con cui non sono stata capace di aprire quel famoso canale comunicativo. Mi chiedo spesso cosa avrei dovuto vedere dietro il suo modo di porsi e come avrei potuto comportarmi…
5) A tuo parere, la tecnologia, introdotta anche in ambito scolastico, che conseguenze ha portato sul piano comunicativo-relazionale?
La tecnologia è uno strumento importante, ma è uno strumento. Senza tecnologia la scuola sarebbe stata chiusa durante la pandemia, e invece, pur con tutti i limiti, si è riusciti a mantenere il contatto con gli studenti. E lo dice una persona estremamente refrattaria nei confronti di questo strumento.
La tecnologia permette di superare limiti fisici, può essere usata per vivacizzare alcune lezioni, rendere alcuni contenuti più facilmente accessibili, permette una comunicazione più rapida fra studenti e docenti (penso, ad esempio, allo scambio di materiale didattico).
Ma la tecnologia deve essere sempre gestita dall’individuo.
6) Fino a qualche anno fa, il principale, e forse unico, metodo di insegnamento consisteva nella “lezione frontale”. Ad oggi, nei licei, vengono utilizzati anche nuovi metodi? Quali sono, in breve, i pro e i contro di questi ultimi?
La lezione frontale continua ad essere la principale modalità di trasmissione del sapere. So che ultimamente viene un po’ vituperata perché considerata obsoleta.
Io penso che sia uno strumento ottimo, a patto che non la si consideri come un semplice travaso di sapere da docenti a studenti che passivamente ascoltano. Se opportunamente usata, con il coinvolgimento degli studenti, funziona.
Ben vengano altre modalità come la “flipped classroom”, ad esempio, ma il metodo non sostituirà mai il docente e la sua competenza e passione.
7) Quanto è importante, e perché, esercitare ancora i ragazzi nella stesura di temi e racconti?
Scrivere permette di vedere i propri pensieri. Credo che sia fondamentale allenare questa competenza perché, a differenza dell’oralità, permette una forma di rielaborazione del pensiero molto più complessa.
Non basta, però, fare scrivere. Occorre che gli insegnanti si facciano carico di correzioni precise e puntuali degli elaborati dei propri studenti perché questi possano, a loro volta, prendere atto dei propri punti di forza e di debolezza.
È un lavoro molto faticoso da ambo le parti.
8) Si parla sempre di inclusione. Secondo te, ad oggi, si può dire raggiunta? In che modo si cerca di concretizzarla nel contesto della scuola secondaria di secondo grado?
L’inclusione è un tema molto delicato e complesso. Non basta “accogliere” tutti a scuola.
Ci vogliono risorse che sappiano affiancare con competenza ragazzi portatori di handicap, tenendo conto dei diversi tipi di difficoltà (fisiche, cognitive, psicologiche…) e già qui si apre il capitolo della preparazione degli insegnanti di sostegno, della continuità della loro presenza nel percorso scolastico dell’alunno…
Poi c’è l’inclusione culturale che riguarda studenti che non sono madrelingua italiana e che necessiterebbero di un accompagnamento adeguato.
Credo che la scuola italiana sia molto indietro su questo e che si regga molto sulla buona volontà dei singoli più che su progetti strutturali.
9) Il periodo delle scuole superiori, oltre a rappresentare un’importante occasione di arricchimento culturale, segna il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, sino alla “maturità” appunto. In che modo, secondo il tuo parere, il professore (o la professoressa) deve accompagnare l’alunno in questo percorso di crescita?
Credo che l’accompagnamento all’età adulta passi attraverso la formazione del cosiddetto “pensiero critico”.
Ogni docente, all’interno della propria disciplina ha potenzialità immense per indirizzare i propri studenti verso questo traguardo.
Ancora una volta, non contano solo i contenuti, le modalità di trasmissione, ma soprattutto l’orientamento che si dà al percorso proposto.
Studiare Dante può essere un’attività mnemonica, se ci si limita all’aspetto puramente nozionistico, ma estremamente formativa se si approfondisce il modo in cui l’uomo/intellettuale del medioevo ha provato ad interpretare i problemi del suo mondo. E si può scoprire che ha tanto da dire anche all’uomo di oggi.
10) Che importanza ricopre, per e con ragazzi della scuola secondaria di secondo grado, la comunicazione non verbale?
La comunicazione non verbale ha importanza in tutte le relazioni: uno sguardo incoraggiante, un mettersi davvero in ascolto quando qualcuno ci dice qualcosa, una postura accogliente cambiano la comunicazione.
Un gesto che a scuola ho apprezzato molto è stata la reintroduzione dell’atto di alzarsi in piedi quando arriva il docente. Non è un atto di deferenza verso l’”autorità”, ma un modo per staccare da quanto si stava facendo precedentemente e disporsi, con atteggiamento pronto ad una nuova attività.
11) Ti senti di aggiungere altro riguardo il ruolo delle parole nella tua professione?
Vorrei concludere con un pensiero di Agnes Heller, spesso citato ai miei ragazzi.
Se qualcuno dovesse chiedermi, come filosofa, che cosa si dovrebbe imparare al liceo, risponderei: “prima di tutto solo cose ‘inutili’, greco antico, latino, matematica pura e filosofia. Tutto quello che è inutile nella vita”. Il bello è che così, all’età di 18 anni, si ha un bagaglio di sapere inutile con cui si può fare tutto. Mentre col sapere utile si possono fare solo piccole cose.
(Agnes Heller, Solo se sono libera)

