Intervista all’autore GIOVANNI CORTI

Chi è Giovanni Corti?

Sono nato a Oggiono nel 1955. I miei genitori erano operai. Figlio unico in una famiglia che, come tante altre, cercava nel lavoro di dimenticare la guerra passata da poco e di favorire con il proprio impegno e sacrificio un avvenire migliore sia economico che sociale per sé, ma soprattutto per me. Fin da piccolo sono stato abituato a leggere. Per me il libro rimane il regalo più gradito. Tuttavia frequentai una scuola tecnica per periti industriali perché dopo il diploma avrei potuto io stesso contribuire al sostegno della famiglia.

Fino a cinquant’anni ho svolto un ruolo molto importante in un’azienda meccano-tessile del lecchese, mi occupavo della progettazione elettronica di macchinari tessili. Questo lavoro mi ha permesso di viaggiare in tutto il mondo. Ma a cinquant’anni, in seguito anche a un periodo di crisi finanziaria dell’azienda dove lavoravo, decisi di realizzare il sogno della mia vita: aprire una libreria indipendente che chiamai LiberaMente.

La libreria divenne rapidamente un punto culturale ben radicato nella città. Naturalmente si vendevano libri, ma si facevano pure presentazioni di autori, momenti musicali, piccole esposizioni di artisti locali, addirittura corsi di degustazione vino. L’idea di scrivere è nata lì, in mezzo ai libri, per caso. Il mio genere preferito di lettura è sempre stata la narrativa gialla, di indagine, ma la mia passione vera è la storia del territorio in cui vivo. Mi incuriosiscono le storie del passato. Ho messo insieme le due cose e così ho iniziato a scrivere romanzi gialli, ambientati sul territorio della Brianza collinare, quella dei laghi. Finora ho pubblicato sette libri con la casa editrice “Il Ciliegio”, collana Noir-gialli:

Azzurro Marco (2015); A bello peste et fame libera nos domine (2016); Il re che verrà (2017); 4+1=5 Cambiando l’ordine degli addendi la somma non cambia (2018); Occhioperocchio (2019); La corona della cittadina Eufemia (2021); Vacche olandesi (2023).

Come ti sei avvicinato alla scrittura?

Mi sono avvicinato per caso. Da libraio il vero scopo era vendere i libri più che scriverli. Forse non mi sentivo all’altezza. Sì, scrivevo giusto qualche articolo, qualche recensione per le presentazioni degli autori nella mia libreria, ma pensare di scrivere un libro mai. Ho sempre avuto rispetto verso ciò che è un libro e soprattutto per ciò che vi è scritto. Non basta scrivere bene, grammaticalmente corretto – e già questo non guasta – ma occorre scrivere qualcosa che possa interessare i lettori.

Quando iniziai a scrivere “Azzurro Marco”, il mio primo romanzo giallo, è stato per una scommessa con un amico scrittore che frequentava spesso la mia libreria. In verità avevo convinto lui a scrivere una storia che mi frullava in testa, dopo aver letto un vecchio libro di un parroco del paese, di fine Ottocento che riguardava il pittore Marco d’Oggiono, uno degli allievi di Leonardo. In effetti lui iniziò la storia, ma giustamente non si capacitava a svolgere il ruolo di scrivano sotto mia dettatura, finché un bel giorno mi disse chiaramente che quel libro era meglio che me lo scrivessi da solo. E l’ho fatto. Era stato divertente. Ovviamente la pubblicazione era l’ultimo dei miei pensieri. Invece…

Cosa significa per te scrivere? Ha effetti terapeutici?

È una domanda che spesso viene posta a chi scrive. Di sicuro scrivere è un passatempo, divertente e per quanto mi riguarda, proprio per il genere che scrivo mi richiede molta attenzione e concentrazione. Mi viene facile, ma non troppo facile. Il racconto che ne verrebbe non sarebbe interessante.

Le idee per i tuoi scritti ti vengono di getto o sono ragionate?

Prima di iniziare un nuovo lavoro, di scrivere, ho bisogno di tempo. Di solito costruisco a livello mentale, a grandi linee la storia principale, magari basata su esperienze vissute o fatti realmente accaduti. Per far questo faccio molta ricerca. Poi penso anche a delle storie parallele per rendere più intricata la vicenda. È il mio metodo. Una storia principale e altre a creare “confusione”. Qualche volta, ma questo succede durante la scrittura, vengono delle idee che possono addirittura cambiare radicalmente la trama. Mi piace seguirle, soprattutto per rendere avvincenti i finali. Insomma, a volte sono le storie stesse a decidere come andrà a finire.

Quanta parte di Giovanni c’è nelle tue opere?

Non racconto mai me stesso, semmai cerco di narrare un vissuto che mi appartiene. Tuttavia i personaggi, almeno quelli positivi, esprimono appieno aspirazioni e valori in cui credo.

Ti è mai capitato, nella tua carriera di scrittore, di non riuscire a trovare le parole per esprimere un concetto o un’emozione? Cosa fai in questi casi?

Più di una volta mi sono trovato in difficoltà, soprattutto quando nel racconto si tratta di esprimere l’interiorità di personaggi femminili, la complessità del mondo femminile. Il mio punto di vista, maschile, seppur in buona fede, a volte travisa ciò che realmente può provare una donna in determinate situazioni. Io ho la fortuna di lavorare con una persona che praticamente legge on line tutto ciò che scrivo. È un’ex insegnante della scuola primaria, ma principalmente una buona amica con la quale condividiamo anche la passione per la storia del nostro territorio. È lei per prima che mi corregge in certe situazioni, che mi consiglia come colorare le frasi con gli aggettivi appropriati.

Nella stesura di un’opera, che importanza dai alla scelta del singolo termine?

Quando si scrive ogni termine usato è fondamentale, soprattutto con la nostra lingua che permette l’utilizzo di sinonimi per esprimere lo stesso significato. Ma a volte anche il sinonimo non è sufficiente, allora bisogna avere pazienza e essere abili a girare le frasi, a invertire il prima con il dopo, finché arriva la parola giusta. Personalmente passo molto tempo prima di liberare una parola che poi sarà scritta definitivamente sulla pagina di un libro.

Veniamo alla tua ultima opera, “Vacche olandesi“, un romanzo giallo ambientato, perlopiù, fra la Brianza e il lecchese. Mentre leggevo, mi hanno colpito molto le espressioni dialettali attribuite ad alcuni personaggi: perché questa scelta?

La vicenda, come spesso accade nei miei libri, ha come sfondo la Brianza lecchese, quella dei piccoli laghi. Mi piace questo ambiente che conosco, mi è famigliare. Per quanto riguarda l’uso del dialetto, i miei genitori mi vietavano di parlarlo, ciononostante tra di loro si esprimevano quasi esclusivamente in dialetto brianzolo. Io lo capivo, come lo capiscono i miei figli pur non parlandolo affatto. Ancora fra amici qualcosa in dialetto scappa. È una lingua intima. Negli anni sessanta, il tempo in cui è ambientato “Vacche olandesi” però non c’era da meravigliarsi che le persone si esprimessero in dialetto. Ovviamente nel romanzo ne faccio un utilizzo minimo, alcune battute, che non necessitano di traduzioni poiché se ne intuisce il senso.

Differenti le espressioni dialettali del maresciallo Tulipano, di origine napoletana, procidano per l’esattezza. Di tanto in tanto la sua napoletanità è espressa con quei modi coloriti e tipici della gente napoletana. Insomma, quanno ce vo, ce vo.

Nel tuo romanzo, hai richiamato l’espressione latina “verba volant, scripta manent” (pag. 218). Che importanza ha tale locuzione nella stesura di un giallo?

Nei miei libri spesso riporto fatti lontani o storie tramandate solo oralmente. È il mio contributo per lasciare traccia di storie spesso sconosciute o che rischiano con il tempo di essere dimenticate. Credo molto perciò nell’importanza della parola scritta rispetto al “si dice”. Nel giallo d’indagine invece significa portare prove concrete che possano dimostrare fatti. Lo stesso vale anche quando nel romanzo si tratta di argomenti storici: la verità va sempre documentata.

In “Vacche olandesi” molti personaggi nascondono dei segreti. Che conseguenze e che peso hanno, sui personaggi di un libro o sulle persone reali, le parole non dette?

Un segreto, anche il più innocente, riguarda sempre qualcosa di cui non si va fieri. In “Vacche olandesi” ci sono personaggi che scientemente decidono di mantenere un segreto per il bene della collettività, altri che invece lo fanno per proteggere solo se stessi. Tuttavia i segreti sono costruiti proprio per essere svelati. Perciò, come suggerisce nel libro il Cardinale di Milano al Prefetto della Veneranda biblioteca Ambrosiana: il miglior modo per mantenere un segreto è quello di non tenerlo solo per sé.

Cosa vorresti trasmettere o fare arrivare al lettore con il tuo romanzo?

Lascio dei flash del mio vissuto, che forse potrebbe essere anche di altri. La scelta di ciò che decidiamo di ricordare condanna al silenzio tutto ciò che vogliamo dimenticare. È come quando si squaderna un vecchio album di foto. Utilizzo con umiltà le parole di Jack Kerouac in “On the road”: “Mi resi conto che queste erano tutte le istantanee che i nostri figli avrebbero guardato un giorno con stupore, convinti che i loro genitori avessero vissuto una vita liscia, ben ordinata…, senza nemmeno immaginare l’aspra follia e ribellione della nostra esistenza reale, della nostra notte reale…”.

Un’altra curiosità. Nella tua opera hai attribuito molta rilevanza alle espressioni corporee dei personaggi, talvolta contrastanti, ai fini della trama, con le battute dei dialoghi (p. 107). Che ruolo dai, dunque, come Giovanni e come autore, al linguaggio non verbale?

Il linguaggio dei gesti, le espressioni corporee sono rilevanti, come i dialoghi, come gli ambienti, gli odori, anche certi atteggiamenti che possono apparire contrastanti ai fini della trama. Ma niente avviene per caso, niente quindi è scritto in modo casuale. Descrivo la scena. La difficoltà o la bravura sta nel riportare in parole scritte queste sensazioni che vanno immaginate come le sequenze di un film. Vorrei sottolineare che il maresciallo Mauro Tulipano, protagonista dei miei ultimi romanzi, non è un supereroe, ma un uomo, con le proprie debolezze, le proprie contraddizioni. Le sue indagini si sviluppano attraverso l’intuito, con il ragionamento, con l’osservazione, a volte con la fortuna.

Un’ultima domanda. Attualmente, hai in programma nuovi progetti letterari? Di che genere?

Il genere rimane quello del romanzo giallo di indagine. Sto lavorando per la pubblicazione già programmata di due romanzi, sempre con l’editore “Il Ciliegio“.

Il primo “Il tribunale degli assenti” uscirà nella primavera del 2024. È una saga famigliare in cui sono protagoniste tre donne, accomunate dalle ingiustizie subite e dalla medesima, originale, modalità di vendetta: indurre altri a commettere il delitto al posto loro.

Il secondo “Sarah la nera” è previsto nel 2025. È una storia che costringerà il lettore e lo stesso maresciallo Tulipano, impegnato nell’indagine per l’assurda morte di un suo carabiniere trovato impiccato la notte di Natale, a confrontarsi con il mondo del popolo nomade, gente da sempre soggetta a stereotipi e pregiudizi negativi.

Nel frattempo sto scrivendo “Isba”. Una scia di morti inspiegabili; una storia di inaudita violenza perpetrata dai nostri soldati durante la tragica ritirata di Russia; la meditata costruzione della vendetta fra le mura di un manicomio, per chiudere definitivamente i conti, trent’anni dopo.

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Pubblicato da Silvia Schenatti

Silvia Schenatti (Lecco, 1992) è cresciuta tra il lecchese e la Valmalenco. Consegue il diploma al Liceo socio-psico-pedagogico di Monticello Brianza e si laurea, con lode, in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, discutendo una tesi in diritto penale. Terminati il tirocinio e la pratica forense, nel 2021 ottiene il titolo di Avvocato. Da sempre amante della scrittura, “L’inferno dentro i suoi occhi” è la sua opera prima.

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