INTERVISTA A LAURA BERTELE’

Oggi vorrei proporvi un’intervista un po’ insolita, un mix tra il format delle rubriche “Interviste d’autore” e “Parola all’esperto“. Laura Bertelè, oltre ad essere fisiatra e psicologa, è autrice di molti libri nei quali spiega il metodo da lei brevettato, appunto “metodo Bertelè”, rivoluzionario nel campo della medicina e della fisiatria.

Chi è Laura Bertelè?

Sono innanzitutto una donna, medico, che negli anni ha fatto un percorso professionale articolato. Sono partita come ortopedico in ospedale, poi ho preso la specialità come fisiatra. Da sempre mi sono occupata, perché m’interessava, dell’aspetto emozionale delle persone e della causa emozionale delle patologie; quindi ho approfondito tutto questo aspetto, diventando psicologa. Ho fatto molte formazioni e approfondimenti in senso psicosomatico. Tuttavia, il mio cammino è stato stravolto, in senso positivo, dall’incontro con Françoise Mézière, genio della posturologia, la quale era super specializzata in anatomia (insegnava anatomia a Parigi). Da questa sua capacità di osservare, che le veniva anche dal fatto di essere cresciuta a Hanoi, ha saputo vedere la persona, la posizione e i suoi muscoli, e capire com’è l’equilibrio muscolare. Tutto il suo metodo consiste nel riequilibrare la muscolatura e la postura.

Cos’è e in cosa consiste, a grandi linee, il “metodo Bertelè”? Qual è la sua filosofia?

Il “metodo Bertelè” deriva direttamente dal “metodo Mézière”: tecnicamente, il lavoro sul corpo è il medesimo, ossia riequilibrio posturale basato sulle leggi delle cinque catene muscolari. Esse sono degli insiemi muscolari che funzionano come degli elastici che ci schiacciano e ci deformano. Sono cinque:

i) catena posteriore, comprendente i muscoli della schiena, la parte posteriore delle gambe;

ii) catena anteriore, che si estende sino al ginocchio;

iii) catena delle braccia;

iv) catena del diaframma e dello psoas;

v) catena del collo.

Il metodo consiste nel riequilibrare la postura, ossia nel fare in modo che i muscoli agonisti e antagonisti siano in equilibrio.

La filosofia del “metodo Bertelè”, che poi è la principale differenza con il “metodo Mézière”, è che il primo prende in considerazione l’insieme della persona, non solo il corpo. Mézière diceva sempre “siamo meccanici, occupiamoci solo del corpo”. Per me invece è fondamentale capire anche il perché quella persona ha quella contrattura, aiutarla a capire perché è contratta, perché ha delle problematiche, e poi a fare un percorso di consapevolezza dei propri limiti. Percorso che può arrivare ad accettare i propri limiti o, piano piano, a “spostarli” un po’ più in là.

Nonostante la tua principale professione sia quella di medico-fisiatra, hai scritto molti libri sulla tua esperienza professionale. Com’è venuta l’idea di affidare alla scrittura la tua testimonianza di medico?

Il primo libro è nato un po’ per caso: mi ero resa conto che spiegare il mio metodo in una visita era troppo difficile, per mancanza di tempo. Così ho pensato di mettere per iscritto il mio percorso e la filosofia del metodo, in modo che le persone se li potessero leggere a casa; prima di venire a far la visita, in modo da capire se la strada fosse quella giusta, o dopo la visita, per decidere se il percorso proposto andasse bene.

Il caso ha voluto che uno dei miei pazienti fosse uno scrittore/giornalista, di cui avevo letto un articolo estremamente interessante e ironico su una problematica olfattiva che lui stesso aveva avuto ma che nessun medico aveva capito. Dunque, l’ho contattato, è venuto ed è diventato paziente. Gli ho fatto leggere il mio scritto e lui ha detto “lo pubblichiamo”. In quel momento, lavorava per Enaudi ma era collegato alla Baldini-Castoldi, che lo ha pubblicato. Da lì, sono nati gli altri libri.

Veniamo alla tua opera che più di tutte mi ha incuriosita: “Ascolta e guarisci il tuo corpo”. Già dal titolo traspare la tua tesi secondo cui il nostro fisico ci manda dei messaggi. In che modo il corpo, dunque, ci parla? Perché, secondo la tua esperienza, il più delle volte ignoriamo i suoi segnali?

Io credo profondamente che il corpo sia il nostro grandissimo alleato per conoscerci. Sono sempre più convinta che il corpo ci manda dei segnali se ci siamo allontanati dalla “nostra strada”, cioè quella che la nostra anima, incarnandosi, ha scelto e quella che ci rende felici. Per tutti i condizionamenti dell’ambiente in cui siamo vissuti, o viviamo, mano a mano ci dimentichiamo della strada. Penso che i bambini piccoli ce l’abbiano molto più chiara, poi da adulti ci dimentichiamo di questa cosa. Il corpo, quindi, ci aiuta a ritornare sulla nostra strada: segnali preziosissimi, a volte violentissimi, che ci obbligano con le spalle al muro a fermarci e riflettere, ci fanno paura perché dobbiamo cambiare molto o tutto della nostra vita. Tuttavia, tali segnali possono essere un aiuto insostituibile per la serenità e la felicità.

Filo rosso del tuo libro è il percorso autoguarigione di ogni paziente. Cosa intendi tu con il termine “autoguarigione”?

Io penso che ogni guarigione sia un’autoguarigione: il paziente mette in atto delle energie di guarigione. Riscopre dentro di sé la forza di reagire, di cambiare vita, proprio perché ascolta i messaggi del corpo. Quindi, di fatto, noi (medici, n.d.s.) siamo solo strumenti per aiutare una persona ad ascoltarsi: è un percorso di coscienza e consapevolezza.

Dalle pagine dell’opera emerge come l’emotività, anche la più recondita, si esprime attraverso il nostro corpo. Al proposito, mi hanno colpito due frasi: “Interpretazione emozionale dei sintomi” (p. 17) e “Emotività repressa” (pag. 39). Che significato attribuisci a queste due espressioni?

La prima si riferisce proprio a quello di cui ho parlato con la risposta alla domanda precedente: vuol dire che dobbiamo essere in ascolto dei sintomi e decodificarli, cioè capire il messaggio che il corpo ci manda. Io considero l’inconscio come un bambino, anche a volte un po’ scherzoso, che ci invia dei messaggi che, se decodificati, sono quasi una presa in giro, talvolta durissimi perché, se non ascoltiamo, continua ad aumentare l’intensità dei sintomi, finché siamo obbligati a fermarci.

L’emotività repressa fa proprio parte di quello, perché il sintomo quasi sempre è segno che abbiamo delle emozioni represse, che non vogliamo sentire perché abbiamo paura o perché non è ciò che il nostro ambiente pretende, da cui siamo molto condizionati. Più l’ambiente è rigido, più siamo condizionati.

In “Ascolta e guarisci il tuo corpo”, mi è parso di capire che, a tuo parere, l’interconnessione stress-malattia non è un mero luogo comune. In che modo, dunque, lo stress quotidiano influisce sul benessere del corpo? Quali sono, per te, le migliori tecniche introspettive per evitare che ciò accada?

Lo stress influisce in senso molto molto importante sul corpo in generale. Ormai si sa che, ad esempio, alza il cortisolo. A livello biochimico lo stress dà delle mutazioni che, a lungo andare, possono essere molte pericolose, come le patologie autoimmuni in cui il corpo produce degli anticorpi verso se stesso. L’alternativa è aprirsi, cioè ascoltarsi, ascoltare le emozioni, anche se ci fanno paura, ed esprimerle. Io sono convinta che è il lavoro sul quale bisogna soffermarsi, proprio perché il corpo è strettamente connesso al sistema limbico che è quello delle emozioni. Con la testa possiamo raccontarci tante storie.

Nel tuo libro hai dato massima importanza a Madre Natura: che significato attribuisci al brocardo “vis sanatix naturae” (p. 72)?

Penso che la natura abbia una capacità in sé di autoguarigione, nonostante tutto quello fattole dagli uomini. Inoltre, per me, saper vedere la bellezza della natura è un messaggio continuo di speranza, di rinnovamento, di vedere anche il bicchiere mezzo pieno. Anche nei momenti difficili c’è un discorso positivo.

Dalla tua esperienza si apprende come ogni essere umano, e dunque ogni corpo, sia unico: ognuno di noi sviluppa un modo di somatizzare tutto suo. A tal proposito, mi ha fatto sorridere l’espressione “equilibrio disequilibrato” (p. 53): che significa, secondo la tua esperienza?

La cosa che mi viene subito in mente è la scogliosi: il programma della scogliosi è sicuramente il filo conduttore della mia ricerca. Le persone con scogliosi si stortano perché non possono fare altro, perché in quel modo mantengono l’equilibrio psichico. È un po’ come l’ulivo che in riva al mare si storta perché è giusto che sia così: in quel clima è giusto quello. Rapportato alle persone, in ambienti molto faticosi, dolorosi la persona si curva perché non può fare altro. Poi negli anni, con un grande lavoro di consapevolezza, si può fare un percorso a ritroso e riprendere quella parte di sé che è rimasta là, da bambino/a. Tuttavia, è fondamentale fare attenzione a rompere questo equilibrio che è comunque un equilibrio, anche se noi medici decidiamo che non è un equilibrio quindi mettiamo il corsetto, mettiamo le barre.

In qualità di fisiatra, hai lavorato e lavori anche con bambini e adulti affetti da gravi disabilità. Cos’è la comunicazione facilitata? Quanto è importante, per ogni persona, poter e potersi esprimere?

L’accompagnamento di bambini e adulti con gravi problemi è sicuramente per me l’aspetto più affascinante, soprattutto in questo momento. È come se, pian piano, mi fossi resa conto che accanto a un accompagnamento inizialmente meccanico, fisiatrico fosse necessario, tanto più con persone con gravissima disabilità, l’istaurarsi di una comunicazione, poiché non ho dubbi che attingano a un piano di coscienza cui “noi” non arriviamo. Quindi diventano messaggeri di una Coscienza a cui “noi”, presi dallo stare con i piedi troppo per terra, non giungiamo.

Perciò la comunicazione aumentativa, ma soprattutto quella facilitata e accompagnata (ossia tradotta), in questi anni ci ha permesso di avere dei messaggi e delle comunicazioni veramente straordinari, proprio perché questi ragazzi arrivano su un piano di coscienza che è oltre.

Recentemente ho sentito un’intervista a Federico Faggin, fisico quantistico, relativa ai piani di coscienza. Lui sostiene che è solo la fisica quantistica che può arrivare ad avvicinarsi a questi livelli di coscienza elevata. Proprio in questo periodo, dunque, mi sono messa in contatto con lui per cercare di capire questi livelli di coscienza, che la medicina non capisce o rifiuta.

Cosa vorresti trasmettere o fare arrivare al lettore con “Ascolta e guarisci il tuo corpo”?

Proprio che puoi guarire il tuo corpo, cioè che sta in te la possibilità. Tante volte a me sembra di essere un meccanico cui portano la macchina rotta: no, la risorsa, la possibilità, la potenzialità di guarigione, che a volte importa comunque l’accettare dei limiti fisici invalicabili, sta nella persona. L’autoguarigione è un percorso di responsabilità che tutti noi possiamo intraprendere: la malattia può, comunque, essere vista come un’opportunità di crescita.

Un’altra curiosità. Nella tua opera hai attribuito molta rilevanza alle espressioni e sintomatologie corporee come valvole di sfogo delle emozioni. Ci puoi fare un esempio al proposito?

Prendo un esempio dalla mia vita. Dopo una separazione molto sofferta, andai a vivere da una mia amica, lasciando la casa nuziale. Avevo messo tutto negli scatoloni e un giorno, piegandomi su un scatolone, sentii una pugnalata nella schiena e nella gamba, e il piede non si muoveva più. Ho avuto un’ernia del disco espulsa. Le sciatalgie spesso sono segno della fatica di fare un passo: infatti, le persone dicono “sono tirato indietro”, come se la gamba fosse tirata indietro.

Un’ultima domanda. Attualmente, hai in programma nuovi progetti letterari?

Sono contenta di questa domanda perché, durante le vacanze di Natale, ho avuto questa idea. Siccome nei miei libri ci sono queste testimonianze davvero belle e, per me, anche molto utili a chi legge, ho pensato di fare un libro solo di testimonianze. Dunque, io scriverò pochissimo o niente, solo presentando le persone. Ci saranno varie persone che scriveranno il loro percorso di vita, di coscienza, di consapevolezza fatto con il nostro metodo, ma non solo, in modo che chi è alla ricerca possa trovare una risposta e una “guida” in un cambiamento, in un’evoluzione e in un’accettazione. Tra l’altro, spero che Silvia faccia la sua e sarà una collana di libri chiamata appunto “Collana di luce”.

Un ringraziamento speciale alla dottoressa Bertelè per l’intervista e lo straordinario messaggio di speranza trasmesso. Colgo l’occasione per anticipare che, per motivi di continuità, a fine marzo o inizio aprile, come edizione speciale della rubrica “Parola all’esperto“, uscirà sul blog l’intervista a uno o due terapisti Bertelè, che ci spiegheranno il metodo più nel concreto.

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Pubblicato da Silvia Schenatti

Silvia Schenatti (Lecco, 1992) è cresciuta tra il lecchese e la Valmalenco. Consegue il diploma al Liceo socio-psico-pedagogico di Monticello Brianza e si laurea, con lode, in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano-Bicocca, discutendo una tesi in diritto penale. Terminati il tirocinio e la pratica forense, nel 2021 ottiene il titolo di Avvocato. Da sempre amante della scrittura, “L’inferno dentro i suoi occhi” è la sua opera prima.

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